Invito tutti a riconsiderare una prospettiva dell’attuale gravissima crisi del Pronto Soccorso.
Un elemento centrale a cui pochi danno rilievo e valore è la Passione che ha sempre guidato questa disciplina. Quella sana quota di inspiegabile “follia” che spinge persone come tante a volere fare la differenza in un momento critico della salute delle persone.
Per grazia di Dio, la passione per la medicina d’urgenza si è sempre autoalimentata.
La disciplina stessa, la promozione del tipo di mestiere che si fa, la passione dei colleghi che già fanno questo lavoro … tutto questo è riuscito negli anni a perpetuare le anime che si appassionavano e intraprendevano il mestiere.
Ed è capitato anche a noi. A me sicuramente. Vedere medici che stimavo, e respirare l’aria di imprevedibilità e passione e ritmi sempre cangianti dove si alternavano momenti di intensa attività a momenti di calma in cui ci si rilassava parlando con un paziente o facendosi una risata con il collega, è stata per me una forte attrattiva
La sfida massima all’inizio di questa carriera era imparare. Apprendere cioè tutte le conoscenze e abilità necessarie, aggiornarsi su una disciplina sempre in cambiamento dal punto di vista scientifico, essere in grado di portare in pratica ciò che si imparava teoricamente ma che poi era estremamente diverso visto che ogni paziente è unico.
Oggi le sfide che hanno i nuovi colleghi sono diversi. Le prospettive sono cambiate.
Il paziente non è più al centro del nostro ambiente di lavoro. Diciamolo e ammettiamolo con sincerità. Perlomeno non lo è sempre. Sicuramente non lo è per tutte le nuove figure professionali che sono nate intorno al problema “posto letto”.
Oggi i giovani medici che si affacciano a questa disciplina si devono subito confrontare principalmente con la pressione a Dimettere, con la forte necessità di diventare “abili” nel non ricoverare. Questo skill (la “Disposition”, cosi comunque importante nel bagaglio delle abilità che ogni medico d’urgenza deve possedere) è però sempre stato frutto della esperienza, e direttamente proporzionale alla mole di pazienti visti, gestiti, e curati. Per questa ragione si rischia di creare aberrazioni in cui se l’elemento di giudizio diventa un obiettivo produttivo, da una parte si può perdere la crescita professionale, dall’altra si può perdere interesse per un ambiente di lavoro già per sua natura stressante dove però il “tipo di stress” fa la differenza.
Quale sarà il modo in questo nuovo “mondo” per restare umani?
